Intervista a Fausto Giaccone

Intervista a Fausto Giaccone

a Cura di Angela D’Antonio

A: Lei ha conosciuto la fotografia da molto piccolo perché suo padre aveva una macchinetta fotografica e si è avvicinato ad essa in quel momento
F: Sì, lui ci faceva le fotografia di infanzia, mio padre era architetto, ma in realtà era anche un bravissimo fotografo e rivedendo oggi le fotografie d’infanzia, che conosco da tanto tempo, adesso le guardo con un altro occhio, soprattutto ho rilevato un suo piccolo archivio, i negativi che abbiamo trovato e sono veramente delle belle fotografie lui aveva una rolleicord (minore della rolleiflex), La maggior parte sono dei negativi 6x6 molto belli, molto bene inquadrati. Sono in perfette condizioni anche se conservati molto male. Però sono veramente molto belli ed è passato sicuramente qualcosa nel dna.
A: Lei ha iniziato poi realmente a scattare a 18 anni ed ha poi deciso di intraprendere la strada da fotoreporter quasi alla fine degli studi architettura. E’ così giusto? È stato difficile prendere questa decisione e com’era il mondo della fotografia quando ha iniziato?
F: io ho sempre fatto delle fotografie da ragazzino, poi ho fatto architettura e fotografavo cose attinenti agli studi che facevo, io mi sono spostato a Roma nel 65, quindi a 22 anni ed avevo già cominciato a viaggiare a 18 anni, è stata una esperienza importante, ho cominciato a viaggiare dopo la licenza liceale anche per mesi nel nord Europa anche in autostop e mi piaceva fotografare gli amici e le persone che incontravo, mi piace molto la dimensione diaristica della fotografia, cose che continuo a fare anche adesso fino a ieri sera ho fatto fotografie, chiaramente con il cellulare, perchè se di qualità, con la luce giusta fanno delle foto che le macchine fotografiche non fanno. Tornando a noi, sono passato a Roma per motivi sentimentali e privati e anche perché Palermo mi stava stretta, e quindi ho maturato nel campo della fotografia e già conoscevo da Palermo un po’ di autori Italiani, c’era Enzo Sellerio, di cui conoscevo il nome, ma non conoscevo le sue fotografie veramente. E A Roma ho avuto modo di conoscere i fotografi della scuola romana che erano i fratelli Antonio e Nicola Sansone, Franco Pinna questi erano i miei primi riferimenti e poi ho cominciato a fotografare le manifestazioni e i movimenti contro la guerra in Vietnam. Le mie prime fotografie, che sono anche le prime del mio archivio sono quelle del 66, le prime grandi manifestazioni delle guerre Americane in Vietnam. Poi nel 68, anno straordinario, fu l’anno in cui feci il salto e decisi di diventare fotografo con molta incoscienza, naturalmente, e mi mancavano due esami alla laurea, laurea che presi poi parecchi anni dopo, nel 75. In un momento di vuoto e di crisi, perché questo è un lavoro tutt’ora molto difficile e molto precario ed ogni tanto lasciava dei vuoti, cioè non c’era nessuna preparazione professionale. Ma non c’era a quei tempi la possibilità, adesso ci sono i workshop, le scuole. Prima non c’erano neanche i libri di fotografia.
A: si può dire che è stato un po’ un salto nel vuoto?
F: No, più che altro si doveva essere autoditatti, per fortuna compravo riviste di fotografie americane e per fortuna ho subito avuto influenze dei grandi autori americani, come Eugene Smith, Bruce Davidson. Infatti la fotografia Americana per me è molto, molto importante. Insomma dal 68, ho vissuto solo di questo, dei proventi da foto-giornalista, ma come tutti in quel periodo e tutt’ora proseguo non facendo nuovi servizi, ma lavorando sul mio archivio, che va dal 66 fino al 2023/2013, lo sto riordinando in maniera cronologica. Vado scoprendo cose dimenticate e l’archivio contribuisce adesso a farmi vivere, perché tiro fuori mostre come quest’anno, sui 50 anni passati dalla rivoluzione portoghese. Farò Mostre a Bari il 16 Aprile e ieri sera abbiamo finito una mostra a Bracciano, prima volta che faccio qualcosa nel territorio in cui vivo.
A: A proposito del Portogallo del 1975, avrei una curiosità, lei è andato lì da freelancer e senza l’appoggio di un’agenzia, cosa l’ha spinta ad andare lì a documentare?
F: Perché è stata l’unica vera rivoluzione che ci sia stata in Europa, nel 75 erano anni molto movimentati, dal 68 agli anni 70, tutti i movimenti giovanili. Io ne sentivo di far parte e volevo testimoniare, e siccome non ero potuto andare nel 74 quando ci fu il golpe da parte di militari democratici, stanchi di essere mandati a morire e ad uccidere le colonie portoghesi, però è stata una rivoluzione incruenta, senza vittime senza sangue. E quindi non essendo andato nel 74, nel 75 che è stata la fase più radicale della rivoluzione per poi a Novembre finire la parte più radicale, io partii come tanti. La cosa interessante è che io dopo i primi giorni di fotografia a Lisbona che era piena di manifestazioni e raduni importanti, io che non avevo un impegno e non ero mandato da nessuno, avevo contatti con un’agenzia, ma non avevo impegni. Mi trovavo in una situazione di libertà, che ho sempre preferito durante i miei lavori, allora ho cercato di trovare una maniera per raccontare quel momento della rivoluzione in una maniera diversa rispetto agli altri. Perché alla fine avremmo fatto un po’ tutti le stesse foto, seguendo i movimenti e i convegni a Lisbona. E per motivi vari, leggendo i giornali etc, decisi di seguire quello che succedeva di rivoluzionario nelle campagne e nei latifondi. Siccome a luglio era stata promulgata la legge per la riforma agraria i braccianti organizzati in cooperative occupavano le terre e le aziende e lavoravano le terre, è stato un momento bellissimo per loro, è durato poco ma ha rappresentato un cambiamento per loro che ha migliorato la loro vita. Adesso ho tre mostre importanti, una a Bari e due in Portogallo, una il 25 Aprile e l’altra a fine Maggio, dopo Immagina, per una mostra di sole foto di fotografi internazionali che lavorarono in Portogallo.

A: Per la mostra ha dovuto selezionare una 40ina di foto su un archivio di 200, quanto è stato difficile selezionare le immagini?
F: La mostra dovrebbe essere di 43 Foto e il Catalogo di 46, si attualmente avrei potuto fare una mostra di 100 e più immagini, però per motivi economici bisogna selezionare. E si è stato abbastanza difficile, ma la cosa più importante per me è che io avevo già fatto un libro su questa esperienza del 75 una decina di anni dopo, ovvero nel 87 e nell’86 io ero tornato negli stessi luoghi per incontrare le stesse persone che avevo conosciuto e che ricordavo e mettendo insieme le foto del 75 e quelle dell’86. Nell’87 ho fatto una bella mostra a Palermo e un bellissimo libro che ormai non esiste più ed è solo in alcune librerie antiquarie. Mentre quest’anno nel libro di cui porterò qualche copia anche a Lanciano, per la prima volta uso sia delle fotografie di Lisbona che non c’erano nel primo libro e soprattutto anche il colore, il colore è sempre stato un po’ scartato da parte mia, ma ho capito che per questa mostra il colore funziona molto bene, sia per la mostra che per il catalogo, è stato fatto da un editore Italiano, Romano che già aveva fatto un altro libro mio (Macondo), ma con sponsor Portoghesi, ed in Italia purtroppo non è stato distribuito sono state fatte poche copie.
A: Quanti libri ha pubblicato lei?
F: in realtà pochi, il primo è proprio quello dal titolo “Una storia Portoghese” uscito nell’87 e nato come raccontato, da questo ritorno 11 anni dopo nei luoghi e nelle campagne dove ero stato nel 75, durante l’occupazione. Il secondo in realtà è un catalogo della mostra fatta Roma, 40 anni dal 68, sul movimento degli studenti.
Quello importante è stato Macondo, ma sono pochi libri, cioè Berengo Gardin ne ha fatti 150 circa, ma sono realtà completamente diverse, lui lavorando al nord con aziende e industrie, quindi sono pochi ma indispensabili. Su Macondo ci ho lavorato dal 2006 fino al 2010 ed è uscito nel 2013. Con Macondo la decisione è stata di lavorare per tentare di fare un libro, non ho usato un materiale che era nato per motivi fotogiornalisti, ed è partito perché io la colombia la conoscevo bene per i tanti lavori che avevo fatto però volevo proprio tentare di fare un libro. Sempre lo stesso anno è uscito un libro di paesaggi a colori, per la prima volta, ed è una committenza da parte del comune di un Territorio Veneto, in provincia di venezia. Il comune ha dato l’incarico per parecchi anni, almeno una dozzina, io sono stato il quinto di raccontare quel luogo: Cavallino Treporti ed è stato molto interessante anche tecnicamente perché ho usato il negativo a colore, medio formato. Anche Macondo è fatto in medio formato ma in bianco e nero.
Poi ho fatto un piccolo libro su una tematica legata all’arte Italiana dei primi anni 70, piccolo lavoro sull’artista Gino De Dominicis, su una mostra che fece a Roma nel 1970 di cui non c’era in giro quasi nesssuna testimonianza ed io avendo materiale abbiamo fatto il libro. E l’ultimo e questo del portogallo “Portugal del 1975” catalogo della mostra dell’anno scorso.
A: Ha una fotografia a cui è più affezionato, o un momento che ricorda con particolare intensità?
Una sola fotografia è un po’ difficile, ma può essere quella che era nella copertina del primo libro sul lavoro Portoghese, che è una bambina che con la famiglia entra ed occupano una casa e lei appare insieme ad una cuginetta con delle bambole trovate nella casa. La foto è la copertina del primo libro, ma la ritroviamo anche nel secondo. Ma la cosa bella è che in questi anni io l’ho rivista, sono andata a trovarla e siamo diventati amici e l’anno scorso alla mostra di Lisbona è venuta anche lei ormai 60enne. E la cosa bella è che un’amica Italiana ha chiesto se le bambole le avesse lasciate nella casa o se le avesse portate a casa sua ed ha risposto: “ Perché avrei dovuta portarla, io a casa una bambola ce l’avevo” e quindi questa conversazione rimarca quanto quella del 75 fosse stata un’occupazione gentile.