Intervista a Joe Oppedisano

Intervista a Joe Oppedisano

a Cura di Velia Giangiordano

La sua passione per la fotografia nasce dal bambino italo – americano che esplora
il mondo con la vivace curiosità di chi vuole conoscere con attenzione ai particolari.
Poi però, il ragazzo, l’uomo, trasforma la passione del principiante in esperienze e
sperimentazioni diverse. Dal reportage (vedi la ricerca delle proprie radici nel sud
Italia, il terremoto in Friuli…), al mondo dell’arte (vedi il lungo lavoro dedicato al
mondo del circo, agli artisti di strada, ai musicisti…), al mondo della pubblicità, al
ritratto. Quest’ultimo, il ritratto, ad un certo punto si scosta dalla fotografia classica e
diventa surrealismo (le famose estensioni visive), ci può dire perché nasce questa
decisione e magari aiutarci a capirne i significati artistici e concettuali?
Questa decisione nasce per puro caso nel 1989. Ero a Bruges, in Belgio, per lavoro e,
in una giornata libera, girando per la città ho incontrato una festa di Carnevale che
era così bella da farmi desiderare di riprenderla globalmente in una grande
panoramica. Avevo però con me una macchinetta fotografica con un’ottica da 50 mm
e così decisi di sperimentare. Dopo ogni scatto tornavo indietro con il rullino
eliminando gli spazi vuoti che separano i fotogrammi e ripetendo questo più volte.
Quando ho stampato il risultato finale mi è piaciuto molto e così ho iniziato a
sperimentare. Tornato a New York presso un evento della Kodak, osservando Richard
Avedon mentre lavorava, desideravo fotografare la dinamicità dei suoi movimenti, la
sua peculiare gestualità e così provai a realizzare la sequenzialità con la stessa tecnica,
ma fu un fallimento. Rimasi frustrato per l’insuccesso, poiché il concetto mi piaceva
molto. L’ idea di velocità dello scatto fotografico tipico della scuola di Bresson non la
condividevo; mi intrigava, invece, il tempo lungo come quello del film. Amavo il
cinema. Nel 1990 riuscii a trovare la soluzione del problema, dopo aver rotto ben due
macchinette nel tentativo di aprire il campo visivo, per far entrare la giusta luce che
mi era necessaria. Quando tutto si fece più semplice tecnicamente, iniziai i miei lavori
di composizione con i ritratti extension, per poi passare al paesaggio, sempre però in
bianco e nero. Il mio primo lavoro a colori mi fu commissionato da un collezionista,
che volle il collage dell’insegna gigante della pubblicità Pepsicola situata nel Queens.
La casualità degli eventi però è solo apparenza, in quanto l’amore per il surrealismo e
per il cinema vivevano grandemente in me, così come ero e sono letteralmente matto
per l’osservazione attenta ai particolari. Per soddisfare questa mia propensione
innata, ho studiato psicologia e in particolare Jung, in modo da essere istruito circa
l’introspezione e il comportamento dell’essere umano. E se normalmente un collage

si fa a posteriore, io volevo farlo così come lo avevo scattato, in tempo reale, come
viene visto e scannerizzato dal nostro occhio.

Seguendo on line le interviste della New Old Camera di Milano ho potuto vedere
un suo ritratto effettuato al fotografo “faro” della nostra associazione, l’amico più
vicino al nostro maestro Roberto Colacioppo, e mi riferisco allo stimatissimo Ivo
Saglietti. È stata una piacevole sorpresa constatare che la realizzazione della foto era
avvenuta nel terrazzo di casa dell’amico Maurizio Garofalo, in un momento di
simpatica convivialità ed amicizia. Le chiedo: come possiamo colmare il vuoto che ha
lasciato un maestro di tale rilievo e portata culturale, nel mondo della fotografia,
soprattutto ora che avanza l’era dell’artificiale? E penso anche al vuoto nella nostra
vita sociale.

Tutti siamo destinati a scomparire, ma io sono un ottimista: il futuro è nel nostro
microcosmo, quello che ci rende felici. Le forze che sono al di fuori sono troppo
sbilanciate. Ciascuno è libero di scegliere e può dunque evitare ciò che, invece,
travolge la massa. Ivo Saglietti era un idealista, dello stesso gruppo di Francesco Cito
e altri, ma a loro io ho sempre fatto una domanda: “cosa vi sognate la notte?” Io ho
scelto di fare il fotografo per viaggiare, perché amavo la storia, il mondo. Ho
abbandonato il reportage subito dopo il terremoto in Friuli, non era adatto al mio
carattere. Avevo accettato il mio primo reportage perché mi permetteva di visitare
l’Italia. Era un servizio per l’Alitalia da effettuarsi in Toscana. Quella fu un’esperienza
molto bella perché i luoghi e i soggetti erano molto interessanti. In quella occasione
riuscii a vedere per la prima volta anche Milano, ma il mio pensiero non era di
fotografarla, pensavo piuttosto a Leonardo da Vinci che aveva percorso quelle strade
e me lo immaginavo nel mentre dipingeva L’Ultima Cena.

La sua fotografia, come lei stesso ha detto, non vuole essere rappresentativa di
“fatti”, bensì di “opinioni”. Può descrivere in una sintesi, anche simbolica, l’elevata
cultura fotografica, e non solo, contenuta in tale punto di vista?

La cultura in una persona è fondamentale e sicuramente anche per il fotografo fa la
differenza, perché più hai dentro, più riesci a dare e comunicare al di fuori. Per
quest’ultimo la cultura artistica dovrebbe essere al primo posto. Essendo cresciuto a
New York nel fermento formativo degli anni settanta, in un secolo che ha segnato il
patrimonio intellettuale dell’era moderna mondiale, ho avuto modo di accedere ai
musei da giovanissimo. Ogni giorno, insieme agli altri che frequentavo, riuscivamo a
trovare il tempo per visitare un museo, e questo per tanti anni. All’interno del MOMA
ero affascinato dal modo di dipingere di DalÌ e di Picasso (della Guernica in
particolare). Chi mi ha ispirato più di tutti è stato Bosh, pittore fiammingo morto nel
1516 e precursore del surrealismo moderno. Il “Giardino delle Delizie” era uno
spettacolo surrealista che mi faceva interrogare su come avesse potuto anticiparsi di
ben 500 anni. Questo fa la differenza in chi pratica fotografia. Esistono due categorie
di fotografi: i “cacciatori” che fanno capo a Cartier – Bresson e i “contadini” che fanno
capo ad Andrè Kertész. I primi possono riportare a casa una foto, oppure no; i secondi
mettono in scena un qualche contenuto perché hanno già una idea ben precisa.
L’idea, il seme, la coltivi e solo dopo tanto lavoro, la realizzi, ne cogli i frutti.
Personalmente appartengo ad entrambe le categorie però preferisco la seconda
perché mi piace molto costruire una fotografia dopo averla immaginata. È chiaro che
questo presuppone quasi sempre avere un budget economico, nonché dei validi
collaboratori. Per realizzare, durante il Covid 19, la fotografia dell’uomo in gabbia, ho
impiegato due mesi. Mi è stato necessario trovare un falegname, un televisore
vecchio, cercare il giusto ambiente, pensare la scenografia ideale, trovare persone in
base alle altezze e le simmetrie che mi servivano per l’estetica corretta, e così via.
Questo vale anche per chi pratica la fotografia ritrattistica, poiché il ritratto può essere
rubato oppure consapevole e condiviso. Io preferisco il secondo, tant’è che i miei
ritratti di strada sono sempre scattati in uno studio fotografico, anche improvvisato al
momento sul posto.

Tra i vari passaggi esperenziali e/o i diversi cambiamenti nella sua carriera
fotografica, quale o cosa ha segnato la sua vita personale e professionale in modo
indelebile? E questo a prescindere che sia rappresentato da un fatto emotivo positivo
o viceversa.

Il mio percorso inizia con la musica, studiavo per fare il musicista ed avevo una piccola
band, ma scelsi la fotografia perché mi avrebbe offerto maggiori opportunità per
viaggiare. Infatti ho visitato una buona parte del mondo. Nel 1984 feci la mia prima
mostra in Italia presso la galleria Diaframma di Lanfranco Colombo, dal titolo:
Professione (fotografie commerciali – pubblicità) e Passione (mie foto libere
effettuate con la Polaroid). Lanfranco Colombo era anche il direttore culturale della
fiera Sicof di Milano e mi disse che avrebbe voluto, per l’anno successivo, una mia
personale per la fiera, sollecitandomi a cercare un argomento o un soggetto.
Passeggiando per Milano vidi un’insegna: “Circo Americano”, mi illusi che fosse
davvero americano, in realtà era un circo italiano, della famiglia Togni. Mi affrettai a
chiedere loro la possibilità di fare dei ritratti agli artisti e mi risposero che non era
possibile costringere gli artisti a fare dei lavori fotografici per me. Tuttavia mi
permisero di portare lo studio fotografico all’interno del circo, con i miei assistenti.
Pian piano avvicinai tutti gli artisti, regalando loro fotografie e riuscii ad ultimare un
buon lavoro che si rivelò un successo. Il circo è un microcosmo dal quale non esci
nemmeno quando te ne separi; è un mondo affascinante e ne ero rimasto folgorato.
Quando i bambini tornavano da scuola, tutti andavano ad inchinarsi con rispettoso
silenzio davanti al nonno e a baciare la mano. Entrai a far parte della famiglia Togni e
poi degli Orfei ed altre famiglie circensi. Ho lavorato 20 anni nel circo. Scavando
nell’inconscio, mi sono ricordato che all’età di 5 anni, quando mio padre era già
partito per New York, ma io ero rimasto con mia madre in Calabria, le chiesi di voler
andare al circo e lei mi rispose che non poteva mandarmi. Mi infilai di nascosto,
insieme ad un amico, sotto il tendone e vidi tutto lo spettacolo. Nell’inconscio c’è
l’indelebile. …

A questo punto della sua carriera quale messaggio vuole palesare a chi pratica
fotografia, ma non solo a loro? Può dirmi anche un pensiero non inedito, ma che
evidentemente lo caratterizza e lo interpreta in modo emblematico.

“Non guardare fuori, ma guardare dentro, perché solo guardando dentro puoi vedere
fuori.”

Le sue origini italo – americane ricordano il nostro compaesano Gianfranco
Gorgoni, ci può parlare della vostra amicizia professionale? Avete svolto lavori
insieme? Ha ricordi di lui che lo hanno portato a simpatizzare per la nostra terra
abruzzese?

Conoscevo benissimo il caro amico Gianfranco Gorgoni perché avevamo molti amici
in comune. Quando tornavo da Milano a New York per lavoro, affittavo la sua casa
per svolgere work shop. Dopo Ugo Mulas, Gorgoni prosegue egregiamente il lavoro
sulla Land Art ed altro, lasciando al mondo una documentazione notevole in merito.
Ma all’Abruzzo mi lega anche un legame lavorativo e di amicizia con la baronessa
Lucrezia De Domizio Durini, mecenate d’arte a cui si deve, tra l’altro, il prezioso
sostegno all’artista rivoluzionario tedesco Joseph Beuys. Con lei ho lavorato a lungo,
quindi sono stato spesso a Bolognano, nel pescarese, e conosco molto bene Pescara
e l’Abruzzo.

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